La sfida dell’acqua – 2^ parte
2. I referendum sull’acqua
La campagna referendaria in difesa dell’acqua pubblica ha portato alla raccolta di oltre 1 milione e 400.000 firme, depositate nel luglio 2010. Come è noto, la legge italiana prevede che l’istituto referendario possa solo abrogare delle norme, ma non possa avere una funzione propositiva. I referendum sull’acqua, dunque, si propongono di abrogare alcuni articoli di legge che obbligano gli enti locali (i Comuni) a cedere ai privati la gestione dell’acqua. In caso di vittoria dei SI’, verrebbe dunque restituita agli enti locali la gestione dei servizi idrici.
Va precisato che l’obbligo della privatizzazione, oltre che il servizio idrico, riguarda anche il trasporto pubblico locale e la gestione dei rifiuti.
l primo quesito referendario
Il testo che troveremo sulla scheda referendaria dice così:
“Volete voi che sia abrogato l’art. 23bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112 «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria» convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n. 99 recante «Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia» e dall’art. 15 del decreto legge 25 settembre 2009, n. 135, recante «Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europee» convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166?”.
L’abrogazione dell’art. 23 bis L. 133/08 e successive modifiche (decreto Ronchi) consentirebbe di impedire la totale e definitiva privatizzazione dell’acqua potabile in Italia. Cadrebbe, infatti, l’obbligo, previsto da tale articolo, di rinunciare alla gestione diretta dei servizi idrici provvedendo a:
- affidarne la gestione esclusivamente a società private entro il 31 dicembre 2011 attraverso gara di appalto;
- oppure mantenere fino a scadenza i contratti in vigore purché le amministrazioni cedano almeno il 40% del pacchetto azionario alle società partecipate.
Prima dell’entrata in vigore del decreto Ronchi del 2008, la legge italiana prevedeva per i Comuni tre opzioni per gestire i servizi pubblici locali:
- l’affidamento a società private tramite gara d’appalto;
- l’affidamento a S.p.A. a capitale misto pubblico/privato;
- l’affidamento diretto a S.p.A. ad esclusivo capitale pubblico (gestione in house).
Come si può vedere, la presenza del capitale privato era già prevista, ma non esisteva l’obbligo di eliminare completamente la gestione pubblica diretta, né l’obbligo di ridurre a un massimo del 40% (a scendere nel tempo fino al 30%) il capitale pubblico delle società a gestione mista.
Il secondo quesito referendario
Il testo che troveremo nella scheda referendaria dice così:
“Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 «Norme in materia ambientale», limitatamente
alla seguente parte: «dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito»?”.
L’abrogazione del comma 1 dell’art. 154 del D.lgs 152/06 (Decreto Ambientale) si propone di eliminare dalla tariffa dell’acqua la quota relativa alla remunerazione del capitale investito, che assicura al gestore profitti garantiti senza vincoli di reinvestimento. Come effetto immediato, ciò comporterebbe una riduzione del 7% delle tariffe dell’acqua, ma soprattutto determinerebbe una riduzione dell’interesse delle grandi aziende private, in quanto queste non si vedrebbero più garantita per legge la redditività del loro investimento.
Che cosa sono gli ATO
Il territorio nazionale è diviso in 92 ATO (Ambito Territoriale Ottimale), che in pratica corrispondono ad aree idrogeologicamente omogenee. Tali aree ricadono sotto il controllo di assemblee di Sindaci, i quali cogestiscono il servizio idrico del loro territorio. La maggioranza di questi ATO, 64 su 92, non ha ancora effettuato nessun affidamento ai privati e gestisce il servizio idrico attraverso società a totale capitale pubblico. Tutti questi soggetti si vedrebbero costretti a indire gare d’appalto per la gestione dei servizi locali entro il 31 dicembre 2011, data, tra l’altro, entro cui gli stessi ATO dovrebbero decadere.
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